A volte si gioca con l’imprevedibile: bolle di sapone colorate cadono sul foglio, scoppiano come vogliono, lasciano tracce irregolari. È un piccolo promemoria che non tutto si controlla. Il foglio diventa uno strumento per dare forma a emozioni o pensieri difficili da esprimere a parole: i colori colano, si sovrappongono, e alla fine c’è qualcosa che parla di sé senza bisogno di troppe spiegazioni.
Un filo rosso di tanti incontri è lo sguardo e la scelta. Si creano superfici di segni e linee, poi si ritaglia una porzione: decidere cosa tenere e cosa scartare è già creare. Cambiare cornice o sfondo trasforma l’immagine intera: è un esercizio concreto su come il nostro modo di guardare modifichi ciò che vediamo, di noi e degli altri.
Si lavora anche con lo spazio interrotto: un’immagine strappata a metà non si ricompone, si continua diversamente, si devia con pastelli o cere. Lo spazio vuoto diventa opportunità, non mancanza.
L’ascolto è centrale. Domande aperte portano a costruire personaggi o figure che aiutano a immaginare cosa sente l’altro. Alla fine, si uniscono i lavori: differenze che convivono senza dover diventare uguali. Non si punta a un oggetto da mostrare. Si procede per tentativi, strati, aggiunte. Alla fine, ci si porta via qualcosa di concreto, ma soprattutto un cambiamento sottile: più gentilezza verso sé stessi, curiosità per gli altri, meno timore dell’imprevisto, la sensazione che la propria storia si può sempre intrecciare ad altre.
Gli Spazi Aggregativi Comfort Zone sono luoghi in cui ragazze e ragazzi dagli 11 anni in su possono provare, sbagliare, cambiare direzione senza che nessuno lo consideri un fallimento.
